Com’è la vita di una vittima di bullismo.

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Com’è la vita di un ragazzo vittima di bullismo? Cosa sente? Cosa pensa? Cosa prova?  

La vita di un ragazzo vittima di bullismo diviene presto un incubo.
Ogni giorno è più duro, perché “il bullo” sembra sempre più cattivo. Lui si sente solo, mentre il bullo è sostenuto da un numeroso gruppo. Tutti sembrano trovarlo forte, simpatico, cercano di diventargli amico, lo seguono, lo imitano.  Mentre chi è vittima si sente invece sbagliato, diverso, un peso. Perché viene deriso, insultato, umiliato continuamente attaccato. Non si sente amato, viene allontanato e denigrato per qualsiasi motivo. Facile bersaglio, preso di mira nel suo punto più debole. Si sente fragile, vorrebbe reagire, ma non ci riesce, così pensa di fuggire, scappare, scomparire. Pensa che se non ci fosse, a nessuno importerebbe e nessuno si accorgerebbe di niente, tutti continuerebbero a vivere e starebbero meglio. E’ un pensiero che non riesce a togliersi dalla mente, che diventa un’ossessione. Non riesce ad uscirne, come un tunnel senza fine. Odia andare a scuola, inventa mille scuse per saltarla e stare a casa. Sua madre, troppo presa dal lavoro e dagli impegni, non si accorge del suo dolore, nascosto dietro fragili sorrisi.

Prende brutti voti, è distratto, assalito da continui dubbi, incubi, voci, brutti pensieri. Non riesce a vedere un futuro, intrappolato nel presente e dalle sofferenze. Pensa di non essere bravo, di essere un incapace.

Si innamora, ma non ha il coraggio di confessare ciò che prova. Resta in disparte, ad aspettare il momento giusto, che non arriva mai. Si chiede “Perché dovrebbero guardare o voler stare con un mostro come me?” e così quell’amore rimane rinchiuso nei sogni, nei diari, nei pensieri più belli.

Diviene spettatore della sua esistenza, senza viverla, perché non si sente vivo, diventa una comparsa, su un palco fatto di attori che portano delle maschere. Lui è il solo che non è capace di recitare, di fingersi forte, è l’unico senza una corazza e una maschera che gli dia l’apparenza dell’invincibilità. E’ quello che resta in panchina, e che non si mette in gioco per paura di fallire, di perdere o di fare figuracce.

Cammina per strada e sente tutti gli occhi puntati addosso, va avanti a testa bassa e lentamente, perché ha paura di fare rumore, quasi come se non meritasse di stare al mondo o ricevere lo sguardo di qualcun altro.

E’ sempre il primo a chiedere “scusa”, anche quando non ha fatto nulla, per paura di aver ferito involontariamente qualcuno. Non ha voglia di uscire, non esistono feste, perché è l’unico a non essere mai invitato. La vita gli appare senza colore né ispirazione. Non si sente all’altezza. Non sa quale strada prendere perché si sente una nullità. La sua autostima è stata distrutta da quella violenza silenziosa. Si vergogna di essere ciò che è, non riesce a non provare senso di colpa, rabbia, sofferenza, paura. Si sfogherà, ascolterà la musica, griderà in silenzio, piangerà di nascosto. Troverà la forza di reagire in una passione, che diventerà la sua salvezza, la sua nuova vita e lo porterà alla rinascita. Due sono le possibilità, o chiederà aiuto e qualcuno gli tenderà la sua mano e lo aiuterà a ripartire, oppure si fermerà, senza avere il coraggio di guardare oltre.

Cadrà e non avrà la forza di chiedere aiuto. Prenderà una penna, scriverà un biglietto d’addio. Partirà per un viaggio verso un Paradiso più giusto. Diventerà un angelo, con ali per volare in alto, libero come non era mai stato. A sentirsi più vuoti e soli saranno i suoi genitori, che si chiederanno per tutta la vita il perché, addossandosi le colpe della sua morte. Continueranno a combattere fino alla fine la sua battaglia, a far sentire la sua voce, a portare la sua storia nelle altre vite per cercare di far capire quanto possano far male le parole, quanto il bullismo possa distruggere, per sperare in una rinascita, in un nuovo mondo in cui ognuno riesca a donare sorrisi e non schiaffi o insulti, amore e non dolore o botte, parole d’affetto e non più di odio!

Il bullismo però in tutti coloro che lo conoscono resta un segno dentro, una ferita sempre aperta, che non andrà più via.

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Anna Saggese

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