La drammatica realtà del bullismo che non si racconta. La mia testimonianza.

Gli scherzi e il bullismo nei miei confronti iniziò molto presto, fin dall’inizio delle scuole elementari. In realtà non ho un solo ricordo della mia infanzia e della scuola in cui non fossi vittima di insulti, derisioni e umiliazioni. Non sono mai stati atti eclatanti, non ci sono mai state le aggressioni fisiche che si vedono ad esempio nei video in rete, ma si trattava di una violenza psicologica, quasi nascosta e impercettibile.

Ad esempio, ridevano di me alle mie spalle, li sentivo bisbigliare, mi guardavano male, tutta la classe si era unita in un gruppo compatto da cui ero esclusa. Sono stata emarginata, una bulla aveva così tanta influenza sulla classe che convinse anche la mia migliore amica a non rivolgermi più la parola e anche lei si trasformò in una bulla che mi prendeva in giro per essere accettata in questo gruppo. Chi non rispettava le regole, cioè non parlarmi e non starmi vicino, non faceva più parte del gruppo. Ovviamente nessuno si schierava dalla mia parte.


Ricordo quando le altre si mettevano in gruppo a parlare tra loro e se mi avvicinavo si allontanavano e ridevano. Le loro risatine, i loro sguardi indifferenti e cattivi. L’umiliazione di non essere mai scelta durante gli sport di squadra, quando nessuno voleva sedere vicino a me, quando ero l’unica a non essere invitata alle uscite e alle feste. Quando mi dicevano “sei brutta”, “come fai a guardarti allo specchio?” stavo malissimo. Piangevo ogni giorno e arrivai a pensare a soli 6 anni che ero stanca di vivere e di svegliarmi al mattino, con l’idea di entrare in quella prigione.

Ero una bambina, ingenua, non mi rendevo conto di subire bullismo e non riuscivo a provare odio o rabbia. Iniziai però pian piano ad odiare me stessa, a prendermela con me stessa. Pensavo che fosse mia la colpa, che io avessi qualcosa di sbagliato e se non avessi avuto così tanti difetti, come avere gli occhiali ecc. forse sarei stata bene, forse mi sarei sentita e sarei stata trattata come tutti gli altri. In realtà questi pensieri erano la conseguenza del lavaggio del cervello che mi avevano fatto.

Mi guardavano con disgusto, odio, ed io iniziai a guardarmi con lo stesso odio e con lo stesso disgusto! Le loro parole le ripetevo nella mia mente e pensavo fossero vere. Ero brutta, orribile, inguardabile. Avevo l’ansia solo ad uscire di casa ed evitavo di guardare la gente, volevo passare inosservata perché mi vergognavo di me stessa, di quello che ero… e pensavo che chiunque mi guardasse pensasse che ero brutta e che mi giudicasse.

Pensavo di non valere niente, non avevo neanche un briciolo di fiducia in me stessa. Anzi, pensavo che i bulli fossero superiori a me, invidiavo le altre mie compagne che vedevo tutte più belle e simpatiche di me. Per anni e anni ho pensato di non valere nulla.Era colpa mia e dovevo “accettare” quella situazione. Iniziò a diventare persino normale. Io non ero consapevole di tutto il male che mi stavano facendo, perché era subdolo, nascosto, psicologico. Si insinuavano nella mia testa, annientavano la mia autostima, senza che me ne accorgessi e che potessi difendermi.Si sono accaniti contro di me approfittando della mia sensibilità, mi vedevano timida, buona e quindi “debole” e un facile bersaglio. Loro erano in gruppo, tutti e 20 i miei compagni contro di me e io non potevo difendermi neanche dai loro insulti. Come avrei potuto? 

Venni emarginata, evitata come se avessi una strana malattia… come se fossi un mostro. Tutti facevano storie quando l’insegnante diceva di sedersi vicino a me. Mi sentivo come se fossi io ad essere strana, diversa. Poi ogni giorno la bulla ed altri compagni mi aspettavano all’uscita, mi spintonavano e minacciavano dicendo di non raccontare nulla ai miei genitori “altrimenti te la facciamo pagare”. Io ci credevo… così stavo zitta per non subire di peggio. Mi facevano male anche solo le parole, ripetute costantemente con l’unico intento di farmi del male. Mi chiedevo come potessero essere così cattivi e non riuscivo a spiegarmelo. Era orribile avvicinarmi a loro e sentirsi dire “no, vattene, non ti vogliamo, tu non puoi stare nel nostro gruppo!”

Nessuno se ne rese conto,  perché facevano “scherzi di nascosto” come sputare sulla mia sedia prima che arrivassi in classe e rubare le mie cose. Si coprivano l’un l’altro e tutti dicevano all’insegnante che ero io ad inventare tutto e a nulla serviva insistere e raccontare la mia verità. Nessuno mi credeva, era frustrante, perché volevano far credere che ero io ad inventare tutto… Studiavano tutto, ogni mossa, erano furbi e cattivi, nonostante avessimo solo sei-sette anni.

Ero disperata! Piangevo di nascosto, a dirotto e pensavo che tutti sarebbero stati meglio, che io sarei stata meglio. Non volevo più vivere… faceva troppo male. Non vedevo via d’uscita, mi sentivo intrappolata. Mi mancava l’aria, ero in gabbia e credevo di non avere futuro.

Mi chiedevo “che vita potrei mai avere? Sono troppo incapace, stupida e fallita”: “Non sono brava in nulla”. Non ne ho avuto il coraggio, ma ci pensavo ogni giorno prima di andare a dormire. quando chiudevo gli occhi desideravo non riaprirli, non dover più pensare di andare a scuola!  Era una routine orribile, non ce la facevo più ad andare avanti. Non so cosa mi abbia aiutato. Cercavo di aggrapparmi alle cose piccole, belle, come una canzone.  Ascoltavo la mia canzone preferita, la voce del mio idolo e lui mi dava la forza di andare avanti… Sognavo, stavo rifugiata nel mio mondo, un mondo lontano, in cui trovavo un po’ di conforto.

Si incolpa a volte la vittima di non sapersi difendere, ma come fai a difenderti quando un gruppo è compatto e cerca di incolparti anche quando provi a parlarne con gli insegnanti, dicendo che hai inventato tutto? Semplicemente finisci per arrenderti alla situazione… Per me il bullismo non è mai finito, la sua ombra mi ha seguita per anni, per gli anni che dovevano essere i più belli… e invece… la mia infanzia e la mia adolescenza sono stati ROVINATI. Sono riuscita a riprendermi la mia vita, a riconquistare un po’ di autostima. Ma non è stato per nulla facile.

Io non volevo raccontare quello che subivo ai miei, perché mi vergognavo, avevo paura, pensavo di essere “stupida” ed essere io debole a non sapermi difendere da sola.  Poi non ce la facevo più a tenere tutto dentro. Inizialmente raccontavo delle prese in giro ma mia mamma tendeva a dire “non li ascoltare, ignora”, ma io non ci riuscivo. Ricordo che scoppiavo a piangere mentre eravamo a tavola, esasperata. Raccontai tutto, ma dissi a mia mamma “ti prego, non venire a scuola, perché me la farebbero pagare! Sarebbe peggio!” e mia mamma non venne a scuola e aspettavamo che la situazione si calmasse. Poi però diventava sempre più insopportabile così mia madre venne a scuola, parlò con la maestra. Ricordo che la bulla scoppiò a piangere e tutti stavano in silenzio, muti e spaventati! Non mi chiesero scusa, ma da quel giorno mi hanno rispettato un po’ di più, ma solo perché furono costretti, in qualche modo. Non erano pentiti!

Ho dovuto lottare contro me stessa, contro un’insicurezza patologica, contro la paura di essere me stessa. Ero come imprigionata, non riuscivo ad essere me stessa perché non avevo il coraggio di uscire allo scoperto. Mi nascondevo, ho passato la vita a cercare di restare nascosta. Anche gli insegnanti hanno sempre cercato di ostacolarmi a scuola, dicendomi che non avevo futuro e che non dovevo studiare…

Ad un certo punto è nata in me la voglia di riscattarmi, una rabbia dentro, un’energia che mi ha spinto ad iscrivermi all’università e ad iniziare una nuova vita!
Mi sono laureata, ho fatto tante esperienze, raggiunto tante soddisfazioni. E vorrei dire alla ragazze di un tempo che ce l’ha fatta, che quei bulli non l’hanno fermata!

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Anna Saggese

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