Diario di un adolescente – Capitolo 1

Questa è una storia che ho scritto sul tema del bullismo e dell’adolescenza. Si tratta di una storia emotivamente forte, molto realistica e diretta. Lo scopo è quello di far riflettere sul problema del bullismo e del cyberbullismo.

Trama della storia:
Bianca è una ragazza che frequenta le scuole medie e ha una vita comune a tante sue coetanee. E’ cresciuta in una famiglia umile e deve convivere con una grande timidezza, caratteristiche che la fanno apparire “diversa”. Viene presa di mira dalle sue compagne di classe che iniziano ad emarginarla e allontanarla dalla sua migliore amica. Stella era l’unica di cui si fidava, ma poi d’un tratto la ragazza cambia ed entra anche lei a far parte del “gruppo” che ogni giorno si diverte a ridere di lei.
Gli anni delle scuole medie si trasformano in un incubo quotidiano e Bianca si ritrova sola a combattere contro indifferenza e cattiveria.  L’ultimo anno arriva un nuovo compagno, Eros, un ragazzo chiuso e solitario. I due sono seduti vicini, ma lui è scostante e indifferente. Bianca si prende una cotta per lui convinta che dietro quella maschera da duro si nasconda un bravo ragazzo…. sarà davvero così? Una storia vera che tocca da vicino temi veri e importanti. Buona lettura 🙂

 

Capitolo 1.

Diario di un adolescente – Capitolo 1
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Entrare in quell’aula ogni giorno era come finire in un mondo parallelo in cui il tempo si dilatava all’infinito. Sedevo al mio solito posto in fondo all’ultimo banco nella speranza di mimetizzarmi con l’ambiente. Speravo di diventare invisibile. La chiamavano scuola ma per me era una tortura quotidiana-
Quel giorno sembrava ripetersi esattamente uguale a tanti altri, come un copione già scritto.
Ogni mattina correvo per prima in classe, perché fare tardi significava scontrarsi con gli sguardi maligni dei miei compagni. Avevo deciso di evitare ogni contatto, prendere le distanze e restare in disparte. A poco a poco la classe si riempì anche se continuavo a sentirmi sola tra la folla. Sfilarono davanti ai miei occhi gruppetti di ragazzi sconosciuti che non avevano nulla di familiare. Erano tutti così diversi da me. O meglio, io mi sentivo diversa da tutti loro. Conoscevo i loro volti, i loro nomi, ma chi erano davvero? Ognuno portava una maschera e recitava. La scuola era un grande teatro dove ognuno costruiva un personaggio.
Io non ero brava a fingere, mi sentivo sempre fuori posto ad essere me stessa. Nessuno dei miei compagni si accorse della mia presenza o mi rivolse un saluto. Ormai avevo fatto l’abitudine alla solitudine. La classe si ordinò in file ed ognuno aveva il suo vicino di banco. Solo il posto accanto al mio restò vuoto.
Non sapevo che quel giorno sarebbe stato diverso da tutti gli altri. Arrivò un nuovo compagno. Lo vidi fare il suo ingresso e questa volta tutti gli occhi erano puntati su di lui. Lo scrutavano dall’alto in basso per analizzarlo, etichettarlo. Li sentivo mormorare e parlottare tra loro, scambiarsi parole segrete all’orecchio. Lo fissavano ma non lo guardavano davvero.
I loro occhi erano come specchi capaci di riflettere solo la superficie delle persone. Vedevano un ragazzo snello, alto 1 metro e 70 dai capelli biondo cenere che vestiva con una tuta militare e portava scarpe da ginnastica. I miei occhi invece erano lenti di ingrandimento capaci di cogliere sfumature che agli altri sfuggivano.

Mi piaceva osservare la gente, leggere loro emozioni in un gesto, in uno sguardo e nelle piccole cose. Non conoscevo il nome di quel ragazzo ma aveva qualcosa di familiare. I miei occhi vennero attratti da lui come se fosse una calamita.
Aveva l’aria da duro, si muoveva con passo sicuro e indossava uno sguardo fermo. Non batté ciglio né diede importanza agli sguardi degli altri. Si comportava come se fosse superiore e nessuno potesse sfiorarlo. Anzi, sembrava non dar peso neanche alla presenza delle persone. Andava avanti a testa alta, come un soldato che si trovava su un campo di battaglia. Perché la scuola è una lotta, una guerra dove si hanno più nemici che amici.

Lo fissai a lungo e mi accorsi che anche tutte le altre ragazze lo stavano puntando. Chi era? Quel era la sua storia? Ero curiosa di sapere di più su di lui e capire cosa si nascondeva dietro quella fredda maschera. Camminò tra i banchi già occupati e fu costretto a sedersi all’unico posto libero, quello accanto al mio. Occupò il banco senza neanche un gesto, senza chiedere il permesso. Mi ignorò e i suoi occhi mi oltrepassarono come se fossi invisibile. Restò distante pur essendo vicino. Aveva messo una barriera tra lui e gli altri. Intuii subito che non era un tipo semplice ma uno di quelli che fugge dalle persone.
Dalla sua espressione si leggeva un’anima tormentata. Trasmetteva rabbia, tristezza e una nota di malinconia. Quella che indossava era un’armatura per proteggersi dalle emozioni. Ero certa che usasse quello scudo per fingersi un duro.
Mi soprese come il suo atteggiamento contrastasse con quel viso così angelico. Dalle finestre aperte filtrò un raggio di luce che danzò sui lineamenti dolci del suo viso. Le ciocche biondo cenere brillavano e incorniciavano il volto più bello che avessi mai visto. Ma ad abbagliarmi furono i suoi occhi, di un azzurro così chiaro da sembrare ghiaccio.

Sedeva scomposto, con le braccia intrecciate, le spalle dritte, il petto in fuori. Per tutto il tempo restò accigliato a fissare il vuoto, in silenzio, con lo sguardo perso chissà dove. Lo scrutavo con la coda dell’occhio e c’era qualcosa in lui che mi dava un senso di inquietudine.
Non si accorse dei miei sguardi e ignorava la mia presenza. Avrei voluto entrare nella sua mente, scoprire di più sulla sua storia e leggergli tra le righe, come facevo con i miei romanzi preferiti.
Era seduto accanto a me, ma la sua mente viaggiava altrove e capivo che qualcosa lo turbava. Non riusciva a tenere i piedi per terra e continuava ad agitarsi, facendo sussultare il mio banco. I movimenti frenetici dei suoi piedi seguivano i battiti del mio cuore. Un terremoto di emozioni aveva stravolto il mio mondo da troppo tempo vuoto e piatto. La prof di italiano entrò presentandoci il nuovo alunno, Eros. Era un anno più grande di noi e si era trasferito da un’altra scuola. Quello era un indizio importante: perché aveva cambiato scuola?

«Speranza. Bianca. Venga a conferire!» urlò la professoressa di italiano, una donna gelida dai capelli biondo platino. Il suo sguardo aveva un effetto strano su di me, era capace di farmi gelare il sangue nelle vene. Ogni volta che ero davanti a lei mi bloccavo, restavo muta come una mummia incapace di pronunciare una sola parola.
Sentì il volto andare a fuoco dall’imbarazzo e non riuscivo a nascondere l’agitazione, continuavo a tremare mentre l’ansia saliva. Gli altri erano lì a fissarmi e a giudicarmi. Odiavo l’idea di fare qualsiasi cosa in pubblico e se avessi potuto sarei rimasta sempre nascosta nell’ombra. Persi il controllo, ecco che arrivava l’ennesimo attacco di panico.
Mi alzai dalla sedia mentre qualcuno provocò il suono di una pernacchia. Si levò nell’aula una fragorosa risata che risuonava nella mia testa senza sosta. Eros era l’unico a non ridere, forse aveva provato compassione per me. Lo guardai furtiva e quella che scorsi nei suoi occhi fu semplicemente noia e indifferenza.
Con sguardo basso e passo incerto mi avvicinai alla cattedra. Avrei voluto scappare, scomparire e sentì divampare le fiamme dell’imbarazzo sul mio viso. Tutti gli occhi erano puntati su di me ed erano attenti a notare ogni mio passo sbagliato. Azzurra, il capo gruppo delle ragazze al primo banco mi tese uno sgambetto. Barcollai ma riuscii a non cadere.
«Ma non sa neanche camminare, inciampa da sola, hai visto?»
«Proprio un’imbranata!» sussurrò Azzurra alla sua vicina ed entrambe iniziarono a sghignazzare.
L’incubo ebbe inizio quando mi trovai faccia a faccia con la mia più grande paura. Non riuscivo a guardarla negli occhi e tenni lo sguardo basso. Alla sua prima domanda risposi balbettando e mi bloccai di colpo. Non riuscivo più a parlare e a respirare.  Restai muta mentre la prof continuava la sua tortura con altre domande. Sembrava anche lei divertirsi nel mettermi in ridicolo di fronte alla classe.
«Speranza, lei è insufficiente come al solito. È davvero senza speranza!» rise e sul suo volto si disegnò un ghigno soddisfatto. Era un incubo dal quale non esisteva risveglio e dove i mostri erano i miei professori e compagni.
Mi sentii ancora una volta una fallita, una nullità e avrei voluto sotterrarmi dalla vergogna. Tornai al mio posto sconfitta ancora una volta. Camminavo cercando di evitare i commenti e gli sguardi. “Sei solo una stupida! Stupida! Stupida!”, ripetevo a me stessa con disprezzo.

Gli altri compagni avevano dei talenti, qualcosa in cui erano bravi e capaci. C’era chi sapeva cantare, chi suonava benissimo uno strumento, chi era un genio in matematica e chi faceva gare di ginnastica… ed io? Forse il mio talento era far ridere la gente, ero un pagliaccio, un fenomeno da baraccone.
«Che ritardata che è!»
«E’ proprio stramba!» sentii bisbigliare alle mie spalle e fu come ricevere l’ennesima pugnalata.

Mi chiedevo preoccupata cosa pensasse di me Eros adesso. Lo guardai senza farmi notare e lui era intento a sbadigliare. Sembrava che nulla potesse toccarlo e che fosse insensibile.

Suonò la campanella e si levò un ronzio, tutti uscirono dalle classi come uno sciame di api impazzito.

Mi aspettavo da Eros un saluto, uno sguardo, un cenno. Ma Eros si alzò e come se fossi trasparente mi diede le spalle senza dire niente. Restai imbambolata e a bocca aperta, mi aveva completamente ignorata. Ancora una volta mi sentivo inesistente.

Sull’autobus verso casa ripensai a tutto quello che sopportavo da mesi, anni. Gli scherzi, agli insulti, le derisioni. Da tempo non ricevevo un sorriso vero, ma solo risatine e sorrisini di scherno.

Ero stanca, non ce la facevo più a sopportare sulle mie spalle il peso dei ricordi, delle parole e degli insulti. Cercavo un appiglio, continuavo a sperare che qualcosa di bello prima o poi sarebbe capitato. Speravo che un giorno quell’inferno sarebbe finito.

Cercavo di aggrapparmi al pensiero di Eros, di un nuovo compagno, per non cadere in lacrime e ritrovare la speranza. Appena aveva messo piede nella mia vita una voce mi aveva consigliato di stargli alla larga, ma non riuscivo ad ascoltarla, preferivo seguire il sussurro del cuore.
Il suo sguardo mi aveva respinta e allo stesso tempo rapita. Quegli occhi color cielo erano magici e magnetici. Conoscevo solo il nome e l’immagine che dava di sé ma ero decisa a scoprire di più della sua vita e ormai l’avevo presa come una sfida, dovevo capire il motivo del suo misterioso comportamento.

Immersa nei miei pensieri persi il contatto con la realtà e non mi accorsi che la mia fermata era già stata superata. Cercai di farmi spazio tra la calca di pendolari. Inciampai e caddi tra le braccia di un ragazzo. Era proprio lui. Eros. I suoi occhi celestiali. Il suo sguardo profondo. Le sue labbra carnose.
In un battito di ciglia tutto scomparve e mi accorsi che era stato uno scherzo della mia immaginazione. Ero finita addosso ad un giovane alto e moro, che mi guardava con aria perplessa. Gli chiesi perdono e diventai rossa dalla vergogna. Scesi in fretta dall’autobus, volevo solo cancellare quell’ennesima scena imbarazzante di cui ero stata protagonista. Mi diedi della stupida e gridai a me stessa di smettere di sognare ad occhi aperti.
Nell’aria c’era già odore di pioggia, così affrettai il passo e correndo più che potevo mi diressi verso casa. L’immagine di Eros mi toglieva attenzione e lucidità. Più di una volta inciampai nel suo pensiero e il cielo mi apparve freddo come il suo sguardo. Non potevo staccarmi da quel ricordo, così nitido da farmi perdere il respiro. Una tempesta di emozioni si scatenò dentro di me.

Tornai a casa e incontrai gli occhi scuri e arrabbiati di mia madre che mi fulminò con lo sguardo.

In tono nervoso mi chiese perché avessi fatto tardi. Inventai la prima scusa e occupai il mio solito posto a tavola, ma anche lì non mi sentivo a mio agio.

«Allora, com’è andata oggi a scuola?» esordì mia madre fingendo interesse. Pronunciava la stessa, identica frase da anni ed avevo la sensazione di ripetere ogni giorno le stesse scene. Io recitavo nei panni della figlia, lei della madre e non riuscivamo mai ad uscire da quei ruoli.

«Tutto bene» tagliai corto come sempre.
Questa era la mia solita risposta, anche quando non era affatto vera. Lei non capiva che quella era solo una maschera per nascondere la verità. Sorridevo, ma dietro a quel sorriso c’era un dolore segreto.

Mia madre rappresentava tutto quello che non avrei mai voluto diventare: un’adulta perennemente nervosa e arrabbiata con la vita, che vive per dovere e non per piacere.

Era ancora giovane ma si era lasciata trascinare dalla noia e dalla depressione. I capelli neri cadevano sulle spalle crespi, spettinati. Cercava di nascondere i chili di troppo dietro abiti larghi e scuri. Il cibo era ormai diventato la sua unica valvola di sfogo e credeva che mangiare potesse dare più sapore e gioia alle sue giornate amare. Da tempo non si godeva la vita e non assaporava la felicità I suoi occhi verdi erano sempre più incolori e spenti, rapiti dal televisore che la catturava tanto da farla assentare dalla realtà.

Gioia era solo il suo nome, ma non ricordavo l’ultima volta che l’avevo vista sorridere per qualcosa. Forse solo di fronte a una commedia in Tivù, perché la vita non la rendeva più felice.
Restammo in silenzio per tutto il pranzo mentre una nuova puntata della sua soap opera preferita andava in onda. Conosceva ogni dettaglio di quei personaggi, ma aveva smesso invece di osservare chi le era accanto. Lasciava che la vita le scorresse davanti come se fosse una semplice spettatrice.
Non mi vedeva neanche, non si accorgeva della mia tristezza ed io mi sentivo invisibile.
Continuava a vivere in una realtà parallela in cui ero ancora una bambina e non capiva che io ero cresciuta. Mangiavo in fretta, non vedevo l’ora di rintanarmi nella mia stanza, le cui pareti comunicavano con quella dei miei genitori. A separarci c’era uno spesso muro che ci isolava. Facevamo parte di due mondi opposti. Vivevamo nella stessa casa ma i miei erano assenti nella mia vita.

Correvo nella mia camera e chiudevo la porta a chiave. Per quanto cercassi di scappare, la solitudine si intrufolava sempre tra quelle mura ed era una presenza costante nelle mie giornate. Frugai nella mia mente, rovistai nei cassetti della memoria. Mi gettai sul letto e mi rifugiai tra le coperte come in cerca di un abbraccio. Avevo bisogno di lei, della mia musica. Alzai il volume, ma il rumore dei pensieri era troppo forte. Mi lascia trasportare dalla corrente e venni trasportata indietro nel tempo. Chiusi gli occhi mentre fragili lacrime si infrangevano sulla mia pelle. I ricordi riemergere uno dopo l’altro e il dolore era sempre più pesante, soffocante…

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