Bullismo. Mia nonna in fin di vita mi disse: «Non arrenderti, vivi»

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bullismo testimonianza

Ero una bambina ma il bullismo mi aveva tolto la voglia di vivere. 

Avevo sei anni, frequentavo le scuole elementari. Ero una bambina ingenua, sognatrice, buona e gentile. Avevo ancora tanto da scoprire, da vivere… La mia vita era appena iniziata e avrei dovuto vivere spensierata la mia infanzia. Ma non era così… Ogni giorno a scuola venivo insultata, derisa, presa di mira. Le altre compagne erano bulle cattive, c’era qualcosa in loro che non le rendeva più delle ingenue bambine, ma furbe ragazzine, che cercavano ogni modo per farmi stare male. Ero sempre l’unica che non veniva invitata alle feste, sottolineavano che ero la sola a non ricevere l’invito perché “non facevo parte del gruppo”. Quando provavo a sedermi accanto a loro, mi dicevano con tono cattivo che il posto era già occupato, anche se la sedia era vuota. Quando, durante l’ora di educazione fisica si dovevano scegliere le squadre, i capisquadra non mi volevano mai e così restavo in panchina, come riserva, a guardare gli altri giocare insieme. Un giorno mi arrivò una pallonata alla testa, avevo capogiri e non riuscii a non piangere dal dolore.

Un altro giorno la pallonata arrivò al volto, sul naso e mi uscii del sangue, ma a loro non importava nulla, era tutto parte del loro piano. Non capivo il motivo di quell’odio. Mi sentivo sola, abbandonata. Ero solo una bambina, ma mi sentivo fragile e desideravo ogni notte scomparire, volare via e uscire da quell’incubo. Pensavo “Se morissi, nessuno ne soffrirebbe e io ritroverei la pace”. Mi addormentavo sperando che il giorno dopo non mi risvegliassi in quel corpo e in quella vita. Ogni giorno ricominciava tutto d’accapo e io continuavo ad odiare la vita e a chiedermi perché dovessi sopportare quella sofferenza. Era una battaglia, ma io mi sentivo già sconfitta. Mi ero arresa e non mi sentivo viva. Non sorridevo e se lo facevo era solo per nascondere la verità. Non provavo quella gioia che si sente al proprio compleanno, perché non avevo amici che condividessero con me quel giorno. Passavo le giornate a piangere e a lasciarmi vincere dalla paura. Una voce mi ripeteva “Che ci fai ancora qui? nessuno ti vuole, sparisci per sempre”.

Poi mia nonna si ammalò, un grande male l’aveva colpita: il cancro. La vedevo stare male, nonostante mi sorridesse. Si spegneva il colore dal suo viso. Le caddero i capelli, perse la sua forza. Le tenevo la mano, l’abbracciavo, sapevo che dovevo starle accanto nel poco tempo che restava. Il tempo era prezioso, pregavo Dio che mi donasse ancora qualche ora da condividere insieme. Mi sedevo accanto a lei, sul letto. Mi guardava profondamente e mi ripeteva quanto fossi “bella”, quando mi amava, quanto era orgogliosa di me. “Io non ho più tempo, tu hai ancora tanto da vivere, vivi ogni giorno come un dono”, mi disse commossa.

Io capii quanto ero stata stupida e ingrata, volevo rinunciare alla vita e arrendermi, mentre lei aveva combattuto ogni giorno contro la morte. Avevo una vita, la vita che a lei una malattia stava strappando. Avrei vissuto, avrei combattuto e l’avrei fatto per lei. Si spense dopo pochi mesi, in cui aveva inutilmente lottato contro quel male che non l’aveva risparmiata. Lei però continuava a vivere, era dentro di me, sentivo una grande forza interiore. Una voce mi ripeteva di non arrendermi, di non cedere e andare avanti. Io ascoltai il mio cuore…Vorrei che anche i bulli ascoltassero più il loro cuore e meno quella dell’orgoglio, dell’odio e del bisogno di sentirsi forti che spesso rende ciechi, cattivi e senza scrupoli.

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